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Immagino, per dare un pezzetto di pace alla sua anima, per mettere a posto le proprie emozioni. Per riprendere contatto con quel tappeto verde e gli infiniti ricordo che suscita

Da lontano, l’ho guardato, osservato, ho capito in ritardo che fosse proprio lui e mi sono avvicinato. Dai soliti occhiali, trapelavano gli occhi vagamente lucidi, a testimonianza che quello non fosse un momento qualsiasi: tutt’altro. 

Rientrare al “Provinciale”, dopo tutto quello che è successo, significa dare la stura alla riesumazione della parte più profonda di se stessi: si va a grattare in fondo, lì dove risiede quel dolore che deve essere ancora digerito, assimilato, espulso. 

Peppe Mazzarella non è un uomo qualsiasi di questa città: non è un medico qualsiasi, non è un appassionato di sport qualsiasi, non è un tifoso qualsiasi. Al suo proverbiale garbo, alla sua eleganza, si aggiunge la profondità di una passione che tutti gli riconosciamo. Espressa sempre senza ostentazione, con autenticità, con la dolcezza della personalità che tutti sappiamo essere il suo tratto dominante.

I suoi occhi lucidi sono l’icona della vergogna che dovrebbe provare chi ha consentito alle ultime due proprietà del Trapani di fare bello e il cattivo tempo nella nostra città. Di prenderci in giro per mesi, dileggiarci, denudarci, di mortificare un sentimento puro, rispettabile. 

Peppe Mazzarella è l’unico medico sociale al mondo che si è meritato (eccome) anche i cori della curva, e non ci sono tanti aggettivi da aggiungere. Mi sono avvicinato e quegli occhi umidi mi hanno fatto vergognare di essere trapanese, di non avere fatto abbastanza per cacciare prima chi ha asfaltato i nostri sentimenti. 

Vergogna. Vergogna per tutti noi, per chi ama la nostra città e la maglia granata. Non ho nessuna voglia di fare nomi e cognomi, di rivangare gli allucinanti equilibri che ci hanno condotto dove siamo. Ma ognuno di noi, nel proprio ruolo, dovrebbe farsi un esame di coscienza vero, a ricercare cosa avrebbe potuto fare di più per evitare quegli occhi lucidi. 

Simbolo, ripeto, del disagio a cui siamo stati sospinti da gente che nulla ha a che fare con la nostra città, con i nostri due mari, con i nostri odori, con la nostra cultura. Se ho provato io vergogna, credo che un po’ dovremmo provarla tutti. Non mi sento di avere nulla da insegnare a nessuno, in fondo sono finito anche io nel tritacarne di arrivisti, ignoranti, personaggi squallidi che hanno anche creduto di poterci dimostrare di essere più furbi, di essere un passo avanti. La storia e tutto il resto li giudicherà.

Detto  questo, a beneficio di chi guarda il mondo dei giornalisti da fuori e spesso non ne acchiappa il senso. Se c’è una cosa bella, una sola, che tutta questa amarissima vicenda della scomparsa del Trapani mi lascia, è aver trovato, fra i giornalisti, una voglia autentica di collaborazione. 

Ognuno di noi, con i propri difetti, ha cercato di portare acqua al mulino della gente semplice, svuotando di significato l’espressione “il proprio orticello”. Provando a informare con onestà sullo scempio al quale stavamo assistendo. 

Grazie a Laura (mi mancheranno le telefonate quotidiane a dirci: “E oggi che scriviamo?”), a Cinzia (straordinario collante fra tutti noi), a Federico, a Nicola, a tutti quelli che hanno lavorato con passione in mesi difficili: sempre sottoposti alle critiche dei social, sempre in tensione per l’ora di chiusura dei giornali, sempre alla ricerca di qualcosa da poter condividere sulla chat di whatsapp. 

Dovrei e vorrei nominarli tutti, ma non posso, soprattutto perché ne dimenticherei qualcuno. In tempi di emergenza, siamo stati solidali. Torneremo a cercare il nome del prossimo centravanti in arrivo, magari sperando di essere i primi a saperlo. 

Ma questa è un’altra storia: che speriamo di rivivere presto.

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