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C’è un pezzo di Trapani che esulta e salta dal divano.

Al minuto 116 di Brasile-Croazia, quarto di finale del Mondiale del Qatar, c’è un pezzo di Trapani che esulta e salta dal divano. Ha segnato Bruno Petkovic, con un sinistro tipico del suo bagaglio, di quelli un po’ sporchi: un tiro che devi soffiare dietro per veder varcare il pallone alle spalle della linea di porta. È l’acme della carriera della di un ragazzo che ha trascinato il Trapani a un passo dalla serie A, e che proprio da quell’esperienza in maglia granata ha iniziato la sua irresistibile ascesa. Qualche minuto prima, sullo 0-0, aveva proposto una delle sue giocate: dribbling nello stretto, tre difensori saltati in un colpo, e assist a Brozovic, che aveva calciato alto. Poi, il gol del Brasile, il suo gol del pareggio, e i rigori che hanno sancito il trionfo della Croazia. Chissà cosa avrà provato Bruno Petkovic quando è tornato nello spogliatoio. Chissà se avrà ripensato al bar Grimon di via Fardella, in cui andava a inviare soldi alla sua famiglia. Oppure, se la sua  memoria sarà tornata a quei mesi in cui non aveva la patente (chissà se adesso ce l’ha) e si spostava con il bus. L’aneddotica su Petkovic a Trapani è infinita. C’era questo ragazzo caracollante, alto un metro e 95, che sembrava capitato per caso in mezzo al campo. Poi, quando il gioco iniziava, dal suo destro partivano le giocate più impensabili. Quando i compagni capirono che la sua gioia era mandare loro in gol, iniziarono a correre il doppio di prima. Il Trapani diventò un rullo compressore, nella classifica del girone di ritorno arrivò primo con 11 punti di vantaggio sulla seconda. I compagni di squadra, però, oltre che a correre di più, iniziarono a volergli molto bene, a coccolarlo. Ogni tanto, Bruno faceva qualche capriccio. A La Spezia, nel riscaldamento rimase senza pallone e si andò a sedere per protesta. Il venerdì prima della trasferta di Vercelli non si presentò all’allenamento mattutino: chiamarono anche i Vigili del Fuoco perché non rispondeva al telefono. Semplicemente, aveva il sonno pesante. Serse Cosmi, per punizione, lo spedì in panchina, ma il Trapani andò sotto. Sostituzione inevitabile, entrò in campo e realizzò il gol del pari. La sua esultanza? Naturalmente, una corsa verso la panchina e una serie di frasi in lingua slava a imprecare contro chi aveva scelto di non farlo giocare dall’inizio. Una volta, in trasferta, dalle parti di Milano, per festeggiare una vittoria, andò a ballare con la maglia da gioco. È vero, prima di Trapani aveva fatto un passaggio anche a Catania. E a lungo rimase anche nel mirino del Palermo. Con la maglia granata addosso, però, gli accadde qualcosa di diverso. Probabilmente, questo ragazzo, introverso e fuori dalle righe, iniziò a volersi bene. Perché sentì l’affetto di un’intera città. Un sentimento capace di scuotere la sua emotività, di renderlo migliore. Dallo stadio “Provinciale” ha costruito le sue fortune, fino al sinistro che ha sospinto la Croazia in semifinale. Una scintilla scoccata per un sentimento di affetto avvertito chiaramente. Nella semifinale dei playoff di La Spezia, andò in campo praticamente zoppo, per un ginocchio malandato.  Ebbene, fu capace anche in quell’occasione di confezionare l’assist per il gol della vittoria di Coronado. Un amore perfetto, biunivoco, quasi surreale, quello fra Bruno Petkovic e Trapani. Così, quando la notte che fuggì via il sogno, in cui la serie A si dissolse, contro il Pescara, fu stranamente più lento dei compagni a farsi la doccia. Rimase per ultimo nello spogliatoio e si rivestì piano piano. Poi, arrivò il custode e gli disse: “Bruno, andiamo via”. La sua risposta fu chiara: “No, io dormo qui stanotte”. Furono necessarie un paio d’ore per convincerlo che non era possibile, per spiegargli che sarebbe dovuto tornare a casa. Questo era (e probabilmente è ancora oggi) Bruno Petkovic.