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Il Trapani di Baldini: la fame, il sacrificio, la voglia di stupire…

La sconfitta di Ascoli all’esordio non ha fatto piacere a nessuno, men che meno a Francesco Baldini, che subito precisa: “Ai ragazzi ho detto che uno stop all’esordio può anche starci, ma da adesso in poi non è più consentito abbassare la guardia; so che posso pretendere dai miei ragazzi molto di più, non foss’altro perchè c’è stato un momento in cui ad Ascoli avremmo potuto anche vincere la gara”

Ma chi è Francesco Baldini, neo trainer granata?

A San Marino, dove vive assieme alla compagna Cristina ed il figlio Giovanni, di dieci anni, lo chiamano tutti il “Baldo” e lo conoscono come un personaggio, sulla cui umiltà, sulla cui fame, determinazione e voglia di “arrivare” nessuno ha dubbi.

 

“La stessa fame, che ho io, la voglio vedere nei miei giocatori – ci dice – la determinazione, la predisposizione al sacrificio e la voglia di crescere e migliorarsi attraverso il lavoro ed il sacrificio quotidiani sono gli ingredienti alla base di ogni successo.

Chi li possiede ha già fatto il 50% del lavoro ed i miei calciatori sono proprio a questo punto, posseggono dei valori importanti, da uomini prima che da calciatori; per questo, dopo il ritiro in Trentino ed alla luce di come abbiamo lavorato, mi ritengo molto soddisfatto e molto tranquillo, malgrado il doppio stop di Ascoli, che ci ha penalizzati sul piano del risultato ma non su quello della prestazione, ed ovviamente malgrado il nostro sia un organico che deve ancora essere completato anche se vi si è appena aggiunto Stefano Pettinari”.

Ripercorriamo le tappe della sua carriera di calciatore

“Ho iniziato a 13 anni nelle giovanili della Lucchese, proveniente da Massa, la mia città; a 19 anni, mentre disputavo il campionato Primavera, Andreazzoli, l’attuale allenatore del Genoa, decise di cambiarmi di ruolo, da centrocampista a difensore; cominciò cosi la mia lunga carriera di “stopper”; proprio quell’anno debuttai in prima squadra, in serie B con Lippi allenatore, in un Lecce-Lucchese 0-1, buttato nella mischia per difendere il prezioso vantaggio, non certo perché la gara era in pieno controllo o già decisa a nostro favore.

La stagione successiva, sempre in B e con la Lucchese ma questa volta con Franco Scoglio allenatore, totalizzai 17 presenze in prima squadra, che mi valsero l’anno dopo, nel 1993/94, il passaggio alla Juventus del Trap. Forse, quella maglia cosi importante e prestigiosa arrivò un po’ troppo presto rispetto a quello che era il mio processo di maturazione di allora e così, dopo tre presenze in serie A con i bianconeri ed una in Coppa UEFA, entrando al posto di un certo Julio Cesar, ritornai in B a Lucca, ma questa volta agli ordini di Eugenio Fascetti, che amava giocare esclusivamente con marcature rigorosamente ad uomo.

Dopo quell’anno, disputai sette campionati a Napoli (quattro in A e tre in B), interrotti da una stagione a Reggio Calabria in serie B. Poi tre stagioni a Genova, sponda rossoblù, dove vinsi sul campo il campionato di B con Serse Cosmi allenatore e, retrocessi in C, vinsi l’anno successivo anche quello, sempre con il Genoa.

Disputai quindi una stagione a Perugia in serie C, una a Lugano nella serie B svizzera ed infine chiusi la carriera nel San Marino, città in cui mi ero stabilito, perché lì avevo conosciuto la mia attuale compagna e nel frattempo era nato Giovanni, giocando quattro campionati in C2 fino alla stagione 2011/12”.

Qual è stato l’allenatore, che le ha insegnato di più?

A livello umano e professionale indubbiamente Renzo Ulivieri, attuale presidente dell’associazione allenatori, e Giovanni Vavassori; quest’ultimo lo ebbi a Genova e, anche se non è rimasto a lungo nel calcio di serie A, mi ha davvero dato tantissimo; ricordo anche con piacere gli anni con Franco Colomba e Bortolo Mutti”

Quando e perché decise di fare l’allenatore?

Da subito; il campo era stata la mia vita ed io in campo ci rimarrei ore ed ore; ho sempre saputo che le scrivanie non erano fatte per me, né avevo l’inclinazione a fare il procuratore; quando ancora giocavo, avevo cominciato a prendere appunti sui pregi e difetti dei miei allenatori; ancora conservo i quaderni che ho riempito e non nego di farmi delle sonore risate, ogni volta che li rileggo, specie quando, da buon toscano, dei vari tecnici descrivo in maniera pittoresca ma forte i lati negativi.

Presi quest’abitudine con Zeman, a Napoli, avevo 25 anni e quando successivamente cominciai ad allenare posi attenzione soprattutto alle cose che non mi piacevano, ad esempio il dovere ancora marcare ad uomo, occupandomi solo di annullare il centravanti avversario, mentre proprio Zeman era la testimonianza vivente che il calcio aveva ormai preso un’altra strada.

Dopo avere smesso di giocare, sono rimasto un anno completamente fermo; staccai la spina, dedicandomi solamente all’altra mia passione, la caccia, assieme a Roberto Baggio; dopo quell’anno di completo distacco dal mondo del calcio, mi si presentò l’occasione di allenare a Bologna; cominciai con gli Allievi Nazionali, mentre l’anno successivo mi affidarono la squadra Primavera, con cui feci un buon campionato. A fine stagione rimasi a casa, fermo, senza che il telefono squillasse e fu allora che, proprio grazie all’amicizia con Roberto Baggio, ebbi modo di fare un viaggio in Spagna, a Barcellona, per andare a conoscere Pep Guardiola e seguire i suoi allenamenti con la squadra catalana.

Fu un’esperienza decisiva, che mi indirizzò definitivamente verso il modo in cui intendo il gioco del calcio, che è molto “guardioliano” e dunque si rifà anche ai principi cardine del calcio olandese; in seguito, dopo che mi ero dimesso dalla Lucchese, sarei ritornato una seconda volta a Barcellona, ai tempi di Luis Enrique allenatore, ma ormai i tempi erano maturi e dopo quell’anno di totale distacco dal calcio giocato, se non per investire nella mia formazione, aggiornandomi e studiando in vista di una eventuale chiamata, l’occasione giusta si presentò, quando mi proposero di andare allenare in serie D, a Sestri Levante”.

Esperienza fondamentale quella, vero?

“Assolutamente sì. Con un gruppo di 14/15 giocatori, alcuni dei quali andati a prendere nella fabbrica dove lavoravano, come fu per Marco Firenze, che oggi gioca nella Salernitana, arrivammo secondi in campionato, ad un punto dalla capolista Cuneo, che fu quindi promossa, mentre noi totalizzammo 15 vittorie nelle ultime 15 giornate di campionato; quando si parla del Leicester di Ranieri, mi viene in mente la mia esperienza in Liguria, per certi versi molto simile; l’impresa la completammo vincendo i play off, battendo il Monopoli; ma alla fine il nostro presidente non iscrisse la squadra in C, lasciando via libera proprio ai pugliesi.

La stagione successiva ascoltai il “cuore” ed andai a Lucca ad allenare in C; commisi un errore, perché quell’anno non c’erano le condizioni per lavorare serenamente, ma Lucca per me era tutto; lì avevo cominciato da ragazzino e quella era la mia maglia ed era un po’ come tornare a casa; fatto sta che dopo soli otto gare rassegnai le dimissioni; non ne feci una questione di soldi, ma di dignità professionale.

 

L’anno dopo vinsi i play off nazionali in serie D con l’Imolese, dopo essere stati superati nelle ultime cinque giornate dal Ravenna, che arrivò primo; al termine di quella stagione, l’ex D.S. del Bologna, Tarantino, mi affidò gli Under 17 nazionali della Roma.

Accettai la sfida, convinto di potere far bene; quella squadra veniva da due finali nazionali perse; noi battemmo il Milan in semifinale e l’Atalanta in finale, proprio le due squadre che nei due anni precedenti avevano eliminato la Roma e ci aggiudicammo il titolo nazionale.

 

L’anno successivo fui chiamato alla Juventus Under 23, esperienza complicata ma importante, visto che mi ha insegnato tantissimo, facendomi crescere professionalmente”.

Infine l’approdo a Trapani in serie B.

“C’erano nomi importanti accostati al mio per la panchina granata, come quelli di Pasquale Marino e Devis Mangia, colleghi dai quali io ho solo da imparare; anzi, considerato che Marino vive a Marsala, mi piacerebbe incontrarlo e parlare con lui del suo 4- 3-3.

Suppongo però che nella scelta del D.S. Rubino abbia pesato in modo determinante la mia fame, la mia determinazione, la mia voglia di arrivare e conquistare traguardi sempre più prestigiosi, attraverso l’umiltà, il sacrificio e la voglia di lavorare.

Sono elementi che, ritengo, possano sopperire alla mancanza di esperienza, come allenatore, in serie B, anche se di esperienza, sia pure da calciatore, ai massimi livelli ne ho abbastanza; in ogni caso, credo che il mio fosse l’identikit adatto per una neopromossa, che vuole innanzi tutto provare a salvarsi, ben figurando nella cadetteria ed in tal senso il lavoro, che finora ho svolto assieme al mio staff per preparare i miei calciatori a questa importante stagione, mi rende oltremodo tranquillo”.

 

Per certi versi Lei sta ricreando nello spogliatoi le medesime condizioni che l’anno scorso portarono ad una vera e propria impresa: fame agonistica, entusiasmo, voglia di sacrificarsi e spirito di gruppo. Basteranno per salvarsi in serie B?

“Penso proprio di sì; non a caso abbiamo confermato il gruppo storico dell’anno scorso, per ovvie ragioni di continuità ma anche perché la sua mentalità, acquisita la scorsa stagione grazie a Vincenzo Italiano, si sposa in toto con la mia. Magari è gente che, come l’allenatore, non ha grandissima esperienza della serie B ma quando si hanno le qualità che ho descritto, il 50% del lavoro, come ho detto, è già fatto”

Aldilà della necessità di completare l’organico, questa squadra mi pare abbia un gruppo di Under 23 (i nati dopo il 1° Gennaio 1996) molto competitivo. Che ne pensa?

“Concordo. Faccio l’esempio di Colpani, un atleta rincorso da tre quarti delle società di serie B, che ha una notevole classe ed eleganza ma che ti dà tanto anche a livello dinamico, risultando il migliore nei test fisici; e l’atletismo, in funzione della maggiore velocità delle giocate, in B è un elemento essenziale, deve solo calarsi appieno nella realtà della cadetteria; dopodiché, statene certi, sarà un protagonista. 

Ma anche Dini è un elemento di grande valore, così come Carnesecchi, nazionale under 20; e che dire di giovani come Aloi e Nzola? Questa è gente forte, ragazzi!”.

Come giocherà il suo Trapani?

“Come avete avuto modo di vedere, non si discosta molto da quello dell’anno scorso. Difendiamo alto per potere riconquistare “alto” il pallone, e non quindi solo per difenderci ma per attaccare il più vicino possibile alla porta avversaria; d’altronde, amo molto i terzini che spingono sulla fascia per crossare per il centravanti (ruolo per questo importantissimo nel nostro scacchiere e l’infortunio di Evacuo ci penalizza non poco) o per inserirsi in attacco; ottime in tal senso le caratteristiche di Jakimosky, Cauz e del giovane Martina; di contro vorrei che i miei difensori capissero nel più breve tempo possibile quando, nel corso di una gara, è necessario spingere e mantenersi aggressivi e quando, invece, è il momento di retrocedere, attestandosi a difendere da squadra nei nostri 18 metri, quando l’avversario è in superiorità numerica.

In tal senso sto lavorando anche sulla marcatura ad uomo da parte dei miei difensori centrali, convinto che spesso, quando si tende a stare alti con i terzini che spingono, bisogna anche sapere affrontare in difesa gli uno contro uno, nel momento in cui l’avversario riconquista la palla e ti punta, e noi rimaniamo senza coperture. 

Fondamentale anche l’apporto degli attaccanti esterni, che ancora di più rispetto all’anno scorso dovranno abbassarsi fino in difesa a dare copertura ai terzini. 

Qui viene fuori la mia esperienza di vecchio stopper, convinto, come sono, che oggi ci sia un modo di marcare ad uomo, anche schierandosi a zona. Le difficoltà ci saranno e l’esordio di Ascoli ne è stata una prova ma, statene certi, daremo tutto, ogni stilla di sudore, per portare in alto i colori del Trapani, a cominciare da sabato con il Venezia. 

Una vittoria contro i lagunari metterebbe parecchie cose a posto, soprattutto nella testa dei miei giocatori”.

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