calcio

Quel che rimane di tutta questa vicenda è un grande senso di vuoto

Di amarezza e di delusione. Da quella benedetta America’s Cup, era il 2005, avevamo conosciuto un periodo in cui essere di Trapani, abitare in questa città, esserci nati, cresciuti e vissuti, aveva provocato un fremito positivo.

C’era, ormai, quasi un filo di orgoglio a dire “sono di Trapani”. Tutte le volte che scendevi dalla scaletta di un aereo qualsiasi, in un qualsiasi aeroporto d’Italia, ti accorgevi che non era più così tanta la distanza di civiltà e educazione che vivevamo nel nostro quotidiano.  Era stato frutto delle strisce blu (che ci hanno fatto diventare puntuali), di una città i cui si erano moltiplicati “b&b” e alberghi; di un aeroporto che funzionava  e di un flusso di turisti che faceva aprire il cuore. Non tanto e non solo per gli innegabili benefici economici di cui Trapani ha goduto, quanto per la sensazione di un’apertura culturale che la città non aveva mai vissuto precedentemente. In questo quadro, che fosse stato lo sport, uno sport (la vela, nel caso di specie), a costituire il volano della crescita non è passato inosservato a chi di sport si nutre (culturalmente) da una vita intera. Che, poi, basket e calcio, proprio in questi anni, abbiano vissuto anni eccellenti non è affatto un caso. Se idealmente clicchi sul nome di una città, e vai alla scoperta di cosa ci sia dietro e dentro quel nome, spesso capisci come la presenza di squadre competitive nei massimi campionati siano sintomo di una società in cui si vive meglio, in cui i servizi funzionano e ci sia una visione di cosa diventerà quella città, non un semplice provare a mettere insieme il pranzo con la cena.

Gli ultimi due anni del Trapani sono esattamente il simbolo di cosa sia diventata Trapani. Qualcuno di noi ultracinquantenni, fino  a qualche tempo fa, iniziava ad accarezzare l’idea di dire ai propri figli che non fosse necessario scappare altrove appena preso il diploma. O cominciava a credere di potere fare a loro una proposta indecente: “Figlio mio vai in giro, conosci cos’è il mondo. Ma poi, una volta finita l’università, non scartare l’idea di tornare qui. Non siamo poi messi così male e le opportunità potrebbero crearsi anche qui”. Fino a qualche tempo fa, tutto questo. Oggi, non verrebbe più in mente a nessuno.

Il Trapani, si diceva, e com’ è stato trattato. Venduto, svenduto, raggirato, mortificato, gestito da proprietà incompetenti e totalmente impermeabili al concetto di passione. Un concentrato di episodi che non ho più voglia di mettere insieme ed elencare. Fino ad accogliere chi stava saccheggiando e respingere chi voleva investire. Incredibile.  Una serie di autogol clamorosi, in cui è venuto fuori il vecchio animo temporeggiatore e divisivo che ci contraddistingue. Al momento in cui andiamo in stampa, non so (e credo che nessuno sappia) quale sarà il finale di questa storia. Triste, e da pellicola di un cinema di quart’ordine. L’ovvia speranza è che il Trapani rinasca e che si possano vedere di nuovo le maglie granata in campo: l’amarezza di questa storia, però, non la cancellerà nessuno. Il segnale di come abbiamo fatto un salto indietro di vent’anni è palese e nessuno può ignorarlo, neanche girando la faccia da un’altra parte.

P.S. Poi, c’è la gente. Quella che riscalda sempre il cuore e ti dà fiducia. Quella che ti fa sentire viva la passione e ti obbliga a sperare. Che ti inietta inesorabilmente una dose di ottimismo e quasi ti obbliga a crederci ancora. Ero in curva mentre sfilava il feretro del povero Pablito. Chi c’era non può avere dubbi: siamo gente che non merita quest’amarezza. Ciao, Pablito.

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