Gli articoli del giornale Forza Trapani. Calcio, Basket e tutti gli altri sport che interessano il nostro territorio.
27-8-19 Forza Trapani è anche Online
Per la tua pubblicità sul nostro sito web 338 631 9551

Quella sera, però, siamo tornati a casa e abbiamo ricominciato a sognare.

Non mi era piaciuta la squadra. Ma non per cosa avesse fatto in campo: non erano mancate corse nello spazio vuoto, collaborazione, voglia di aggredire gli avversari e recuperare prima possibile il pallone. Non era mancato il senso di appartenenza, e la sensazione era che undici maglie granata avessero comunque giocato insieme. Non mi era piaciuta la squadra, solo perché aveva sentito il bisogno di scusarsi sotto la curva per due pareggi. Segnale pericoloso di ansia, di pressione, di scarsa tranquillità, di obbligo percepito di vittoria. E più la curva rassicurava i “nostri” (“avete sudato la maglia – veniva detto loro – potete andare tranquilli, siamo al vostro fianco”), e maggiore era la desolazione del ritorno a capo chino verso lo spogliatoio. È quello che ho visto dopo le prime due gare interne della stagione, e mi ha dato da pensare. Da pensare che avessimo una curva più matura e consapevole di una squadra che profondeva il massimo impegno, ma giocava con una scimmia sulle spalle. E ho pensato soprattutto a una cosa: nessuno ha spiegato a questi ragazzi per chi giocano. Quale sia l’animo del tifoso granata.
Da queste parti, nessuno ha mai preteso di vincere. Mai. Lo abbiamo sempre sperato, ovviamente. Ma abbiamo applaudito e sofferto a Villabate come a San Siro, quando abbiamo visto il Trapani essere una cosa sola e unita, una testuggine, un baluardo della nostra passione. Peccato. Se questo concetto si fosse spiegato prima a questi ragazzi, probabilmente sarebbe nato uno stato d’animo capace di impedire che la stagione prendesse quest’abbrivio.
La storia ce lo insegna: quando il Trapani ha capito per chi giocava, sono cresciute sempre emozioni inenarrabili, a prescindere dal risultato.
Prendi Serse Cosmi. L’uomo del fiume qui è diventato l’uomo dei due mari. Ha capito Trapani e  il Trapani subito, parlando con i pescatori e cogliendo il senso stesso del sogni coltivati dietro ad un pallone in questa città. Dalle parole e dal nostro dialetto vagamente portoghese (“iucau”, “mangiau”, “partiu”),  ha tratto linfa per mettere in campo undici giocatori allineati come soldati consapevoli. Ognuno del proprio ruolo.
Mi piace pensare che Serse abbia preso apposta casa in via Serisso, pieno centro storico. L’unica strada da cui è possibile scorgere i due mari della città. Il posto in cui si capisce davvero la tramontana che taglia la faccia in inverno, lo scirocco che ti fa bruciare la pelle in estate, o il libeccio umido che ci rende insofferenti. Mi piace pensare che quel posto gli ha dato sintonia con la città, al punto che ancora oggi, in via Fardella, c’è una scritta “Cosmi grazie” che nessuno ha mai pensato di cancellare. Certo, poi sappiamo come anche quella fu una storia d’amore che finì. Ma finché funzionò, il carburante era il legame fra la squadra e il posto. Il vento, i colori, la sabbia, “quel tramonto che meritava da solo la serie A”, “‘unica città al mondo in cui l’idolo della squadra di calcio è il presidente” (sono sue parole).
Capire per chi si gioca non è importante. Molto di più: è fondamentale. Ovviamente, poi, quel fenomeno di Bruno Petkovic spinse molti calciatori di quel Trapani a disputare la migliore stagione della loro carriera (un esempio su tutti, Eramo).  Ma la grande abilità di Serse Cosmi fu guidare un gruppo che tendesse la mano alla città, ai tifosi.
“Quando ho lasciato la casa di via Serisso – mi ha raccontato una volta Serse – per la prima volta ho visto tutti gli altri inquilini del palazzo affacciarsi per salutarmi. In tutti i mesi in cui ero stato lì, nessuno mai aveva invaso la mia privacy, nessuno mi aveva parlato di calcio sul pianerottolo. Gente straordinaria”.
Ci siamo portati dentro questo spirito finché è stato possibile: da via Serisso, ci siamo affacciati al balcone tutti insieme, con il Trapani. Abbiamo guardato l’Africa da un lato, quello del porto, e il Nord Europa dall’altro, quello di Porta Botteghelle. Siamo stati tutto: lacrime, sudore e sangue. Unguento per le ferite e fuoco in grado di far scoppiare una scintilla nuova in ogni momento. Vero, per un’ora con Serse siamo stati a un gol dalla serie A. Ma siamo anche quelli che qualche anno prima avevamo giocato, ad Alcamo, uno spareggio contro il Terrasini per evitare la retrocessione in Promozione. Senza categoria, come amano ripetere in Curva.
Oggi, Serse Cosmi lavora in Croazia, e recentemente ha dichiarato che in Italia non si può allenare più. “Troppe ingerenze”, ha detto.  Certamente non ne ha subite qui, dove ha dato il meglio di sé perché ha capito per chi giocasse la sua squadra: il Trapani. L’uomo del fiume, diventato l’uomo dei due mari, aveva un coro della curva tutto per lui, che fa venire i brividi solo a ripensarci. Il direttore ed editore di Forza Trapani, Leonardo Fonte, gli regalò dei  vinili di Fabrizio De Andrè dopo una vittoria. Storie di empatia, anche in sala stampa, difficili da raccontare.
A La Spezia,  semifinale d’andata dei playoff (0-1, rete di Coronado) uscì dal campo con la gente che lo insultava e gli sputava addosso. Ero l’unico trapanese in sala stampa e gli dissi, sbagliando: “Mister, oggi forse siamo stati un po’ fortunati”. In realtà, io ero su una nuvola e non sapevo che dire per la troppa felicità. Mi rispose seccato, giustamente, come a dirmi: “Guarda che siamo a un passo dalla finale per la serie A, e tu mi parli di fortuna?”. Sacrosanto. E si sentiva come in quel momento difendesse molto più del suo lavoro.  Come avesse nel cuore il senso di appartenenza di un popolo, di tutti noi. Amo ricordare, quando posso, che al gol di Coronado, il prete della Chiesa del Sacro Cuore, in via Fardella, percependo il boato della città, fermò la Messa che stava celebrando e disse: “Evidentemente ha segnato il Trapani”. Questi siamo.
Poi tutto si risolse con il pianto proprio di Serse Cosmi in mondovisione e le carezze consolatorie di Massimo Oddo, quando la serie A svanì.
Quella sera, però, siamo tornati a casa e abbiamo ricominciato a sognare. Avevamo avuto un Trapani che ci aveva difeso e fatto sentire gente vera. Si può fare sempre. In ogni categoria.